2018 – December – Montelupo Fiorentino – Facto

363a. untitled - cm 100 x 100 - mixed tec on canvas - 2015

Il futuro è stupido

a cura di Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci

8 dicembre 2018 – 19 gennaio 2019

 

Inaugura sabato 8 dicembre 2018 alle ore 18 la prima mostra personale di Marco Angelini a Montelupo Fiorentino presso Facto, primo art-coworking in Toscana la cui direzione artistica è affidata a Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci.

Il progetto espositivo organizzato in collaborazione con la Galleria Emmeotto comprende una cospicua serie di opere in stretto dialogo fra loro all’interno di un contesto unico tra un antico mulino del 1700 e una antica fornace ceramica a ridosso del bastione murario lungo il fiume Pesa.

La curatrice scrive nel testo critico: “Marco Angelini, ossessionato dalla dimensione spazio-temporale, propone un’arte placida e flemmatica, ma non assonnata: l’ossessione di Angelini per il tempo è la ferrea convinzione che il suo fluire sia uno scorrere incessante, inevitabile, ma la cui accettazione non può prescindere dall’allontanamento dalla frenesia e dal kháos dionisiaco.”

Le opere esposte in mostra sono interventi site specific e tecniche miste di pittura su tela e altri supporti realizzate nello studio dell’artista a Roma fra il 2013 e il 2018 e, alcune, durante la residenza presso Facto che ha preceduto la mostra.

 

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The future is foolishness

 

“What strange grammatical voice is the first person of the future? I will do, I will leave, I will win. Who was the madman who invented it? This accentuated “o” in the end, so funny, so reassuring. I will buy, I will build, I will write. And if there was no time? Didn’t calculate, our unknown father of language, this unknown probability? Better in English: I shall do, I will do, there is an intention, a will, nothing more, that does not want to take in the future. But we! The poor devils who walk with our chest forward, their eyes fixed on the distance and half a meter after, perhaps there is a hole.” (Dino Buzzati, In quel preciso momento, pp. 287–288).

 

Jenny Holzer’s lapidary sentence fits in the cold marble, with a likely cynicism: “The future is stupid”. In reality, it is a realism whose object is so rational that it is an “enlightened father”: the deductible nuance of Buzzati’s words does not criticize the dimension of the future in itself but the sometimes euphoric and anxiety–filled reading that we give of it. Marco Angelini, obsessed with the spatio–temporal dimension, proposes a placid and phlegmatic art, while not dormant. The obsession of Angelini’s time is the iron conviction that its flow is an incessant and inevitable one, but whose acceptance cannot be separated from the Dionysian delusion and its relative kháos. Becoming dear to Heraclitus means the individual caught in the trap of his incessant, unrestrainable, uncontrollable and necessary becoming: Angelini tries to tame it, suggesting an abandonment to a non–static placidity, necessary for life, as in the conception of the existence of the Italian writer Luigi Pirandello.

The art of Angelini emphasizes the others: the other as different and unknowable, the other as mutable, faithfully obeying the rule that Heraclitus affirmed through “no one ever steps twice in the same river” ; his colors are therefore “personal”, reflecting the collection of visions he brings back from his travels, which he tries to obtain in an intuitive way, by mixing them manually and by coordinating them progressively: Angelini cannot create twice the same color, but only create colors that gather the same; this aspect emphasizes the specificity of the differences existing in the world, both in people and in things. Angelini is visibly willing to represent, through color, the individualities and diversity of the human soul, as well as, on a larger scale, the coexistence and cohesion between the inheritances and cultures of the evolving western world: the cycle works are an example of this, as “kogut” literally meaning “rooster” in Polish, is perhaps the most important iconography of Polish folklore. The same rooster that, in the first place, marks the beginning of a new day, to live without fearlessness.

 

Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci

Translation by Romina Fucà

 

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Il futuro è stupido

 

Che strana voce grammaticale la prima persona del tempo futuro. Io farò, io partirò, io conquisterò. Chi fu il pazzo a inventarla? Quell’o accentato finale, che ridicolo, con quella sicurezza di sé. Io comprerò, io costruirò, io scriverò. E se non ce ne fosse il tempo? Non l’ha calcolata, il padre ignoto della lingua, questa tenue possibilità? Più decente l’inglese: I shall do, I will do, c’è una intenzione, una volontà, niente di più, non si intende ipotecare il futuro. Mentre noi! Poveri diavoli, che marciamo con il petto in fuori, gli occhi fissi alle lontananze, e magari a mezzo metro c’è la buca.” (Dino Buzzati, In quel preciso momento, pp. 287-288)

 

La lapidaria frase di Jenny Holzer s’innesta nel freddo marmo, con apparente cinismo: “The future is stupid”. In realtà si tratta di un realismo con un focus talmente razionale da essere proprio quasi di un “padre illuminato”: la sfumatura deducibile dalle parole di Buzzati non critica la dimensione del futuro in se stessa, bensì la lettura talvolta euforica e ansiogena che ne diamo. Marco Angelini, ossessionato dalla dimensione spazio-temporale, propone un’arte placida e flemmatica, ma non assonnata: l’ossessione di Angelini per il tempo è la ferrea convinzione che il suo fluire sia uno scorrere incessante, inevitabile, ma la cui accettazione non può prescindere dall’allontanamento dalla frenesia e dal kháos dionisiaco. Il divenire caro ad Eraclito ci designa l’individuo come intrappolato nel suo divenire incessante, inarrestabile, incontenibile e necessario: Angelini tenta di domarlo, suggerendo l’abbandono ad una placidità non statica, bensì necessaria alla vita, come nella concezione pirandelliana dell’esistenza. L’arte di Angelini pone il suo accento sugli altri: l’altro in quanto diverso e inconoscibile, l’altro in quanto mutevole, obbedendo fedelmente alla regola secondo cui Eraclito sosteneva che “non ci si bagna due volte nello stesso fiume”; i suoi colori sono dunque “personali”, riflettono la collezione di visioni che riporta dai suoi viaggi, che prova a ottenere in modo intuitivo, miscelandoli manualmente e coordinandoli man mano: Angelini non può creare lo stesso colore due volte, ma solo realizzare colori che sembrino gli stessi; questo aspetto sottolinea la specificità delle differenze che esistono nel mondo, nelle persone come nelle cose. In Angelini è palese la volontà di rappresentare, attraverso il colore, le peculiarità e le diversità dell’animo umano, così come, su più larga scala, la coesistenza e la coesione tra eredità e culture del mondo occidentale in continua evoluzione: ne è esempio il ciclo di lavori “kogut”, che in polacco letteralmente significa “gallo”, e rappresenta forse l’iconografia di maggior rilievo nel folklore polacco. Lo stesso gallo che, per primo, segna l’inizio di un nuovo giorno, da vivere senza frenesia.

 

Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci

 

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